giovedì 28 febbraio 2013

LUCCIOLE PER LANTERNE


La personalità umana, la mente che detta comportamenti, sono misteri di difficile e complicata interpretazione. Il nostro cervello, il nostro background, la nostra formazione, il nostro modo di essere, ci suggeriscono interpretazioni e modi di agire che lasciano sconvolti e decisamente infastiditi tutti quelli che osservano o sono destinatari di nostre azioni. In tutto questo si innescano le caratteristiche intrinseche di ogni individuo che lo fanno propendere ora verso discutibili comportamenti, ora verso velati ammonimenti o consigli che dir si voglia.

Usare altri interlocutori, poi, verso i quali riversare lamentele anziché indirizzare le stesse, direttamente all’interlocutore verso il quale sono dirette, rappresenta uno dei comportamenti più squalificanti. Abusare della cortesia, della bontà, della signorilità altrui che, per educazione, è impossibilitato a rispondere per le rime, rappresenta uno dei modi di agire tra i più invadenti e ridicoli. Oltre a manifestare, in questo modo, una evidente mentalità puerile e un comportamento offensivo e falso.

Sì, proprio falso, perché le persone che adottano tale comportamento, dovrebbero avere ben chiara in mente l’origine di ogni cosa e le cause che ne hanno generato gli effetti, evitando di stravolgere una realtà da loro ben conosciuta ma furbescamente e opportunisticamente celata. Coinvolgere nelle loro azioni da “comari” altre persone, moralmente e intellettivamente elevate, cercando di farne proseliti, tentando goffamente, così, di allontanarle dai nostri “nemici”, è un modo di fare che si qualifica da solo. Tutto a prescindere dal fatto che nessuno, e dico nessuno, dovrebbe avere l’ardire di destinare le sue gratuite, isteriche invettive a persone care per gli altri e, ad altre ancora, vicine a queste.

L’intelligenza, l’intellettualità, il sapere, la conoscenza, la cultura dovrebbero, in primo luogo elevare le persone e non farle precipitare, definitivamente scadere, in diatribe da pettegole comari. Se poi, per concludere, si mira chiaramente a far intendere e prospettare penalizzanti e invalidanti soluzioni, si rischia di rasentare decisamente  il penale.


Racalmutese Fiero
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mercoledì 27 febbraio 2013

CARCIOFI, ACQUE REFLUE E SALSICCIA


Torno a Racalmuto dopo poco più di un mese. Clima freddo, poca gente in giro. Pochissime le novità che riescono ad animare dibattiti spontanei. La gente mi è sembrata concentrata sugli ultimi confronti elettorali. Sabato mattina un sole regala i suoi raggi al paese e lo tinge di colori caldi, luminosi. 

Mi piace sempre girare per le strade e osservare gli angoli e la gente . Le attività, la mattina, riprendono di buon ora ; i colori di rape, cavolfiori, carciofi, sembrano sapientemente accoppiati per esaltarne il contrasto. Il ritmo mattutino riprende con solita flemma . E’ il momento migliore per fare la spesa. Una puntata in pescheria, dal panettiere e, infine, in macelleria. 

Nulla è cambiato, lo scroscio d’acqua che avevo avvertito un mese fa, risuona ancora oggi ai miei orecchi. Una cascata che potrebbe far  supporre acqua cristallina, approssimativamente coperta da assi di legno,  rimanda ancora il rumore dello scroscio. Sembra il paese dove scorre latte e miele e dove la mancanza perenne di acqua, al suono di quella cascata, appare come pura calunnia. Ai lati dello squarcio, una di fronte all’altra, due attività commerciali continuano la loro vendita di prodotti alimentari. La strada che scende al Collegio transennata,  interrompe ormai da tempo  l’accesso ai mezzi e rende difficoltoso persino il transito a piedi. Tutto normale, potremmo dire se non si trattasse della rottura della fogna e se lo scorrere delle acque sporche non avvenisse a cielo aperto. 

Penso che porre rimedio al disagio, non tanto per ripristinare una viabilità da mesi interrotta, ma per salvaguardare la salute dei cittadini e di quanti abitano e operano in quella strada, sia  quanto meno dovuta e opportuna. E che i tempi per riparare il danno, già esageratamente dilatati, non debbano prolungarsi oltre misura. Sono certo che  la buona volontà e la determinazione di riparare il danno possa facilmente trovare disponibilità sia nelle istituzioni che in laboriosi manutentori e volenterosi cittadini.

Racalmutese Fiero
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martedì 26 febbraio 2013

L’ ITALIA E’ INGOVERNABILE


I dati definitivi confermano quelli parziali. Il centrosinistra non riesce ad avere una larga maggioranza e il centrodestra si attesta appena al di sotto della coalizione di sinistra. Grande risultato di Grillo, M5S che risulta essere il primo partito in Sicilia. Sarà difficile, se non impossibile, governare l’Italia. Cosa ha pesato sul voto? Sicuramente le elezioni hanno trovato gli italiani oberati dalle tasse imposte dal governo Monti. Il solito sistema clientelare riesce ad essere sempre attuale e, in un sud Italia gravato dalla crisi economica e occupazionale, vede la sua massima espressione in quanti sperano di risolvere le loro situazioni con i favori della politica. Grillo rappresenta davvero un voto di contestazione e un chiaro segnale che gli italiani sono veramente nauseati da tutto ciò che ha rappresentato un modo arrogante e superficiale di fare politica. A Racalmuto il M5S risulta essere il primo partito con il 40% alla Camera e il 32% al Senato. Con questo nuovo assetto politico il Paese è praticamente ingovernabile, con tutte le conseguenze che ne derivano e che non aiuteranno certo gli italiani a risolvere nel breve i problemi che rischiano di far precipitare le famiglie in una crisi ancora più profonda.

Racalmutese Fiero
 
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lunedì 25 febbraio 2013

IL PAESE VERSO L’ INGOVERNABILITA’


Lo spoglio procede, siamo ormai al 90% delle sezioni. L’Italia sulla scia della Grecia non riesce ad esprimere un voto deciso e si avvia verso l’ingovernabilità. Centrosinistra e centrodestra tutto sommato pareggiano i conti. Berlusconi raccoglie i voti di quanti sperano in una riduzione delle tasse e in una politica più permissiva. Delusione nel centrosinistra di Bersani che non riesce ad ottenere un’ampia maggioranza. Ampio successo del M5S col suo leader Grillo. Non è una sorpresa, ma denota comunque una scarsa fiducia degli italiani nei confronti della vecchia politica.

Racalmutese Fiero
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L’ITALIA SVOLTA A SINISTRA


Arrivano le prime proiezioni che non lasciano dubbio: gli italiani hanno scelto la sinistra. Grillo, il contestatore della vecchia politica, il rottamatore dei vecchi politici, sembra attestarsi dai primi risultati al 20%. Lontanissimo dalle prime posizioni Monti, che paga una politica improntata sui sacrifici degli italiani. Il centrodestra segue la sinistra di Bersani ma non sembra essere in grado, nel proseguo dello spoglio, di alcun sorprendente sorpasso. Nessuna sorpresa dal debuttante Ingroia che sembra raggiungere il 4% delle preferenze. Questi i primi dati che arrivano dopo la chiusura dei seggi elettorali. Sono proiezioni, risultati tutti da verificare e in attesa di conferme delle prossime ore.

Racalmutese Fiero
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sabato 23 febbraio 2013

QUANTI PASTI AL GIORNO AI BAMBINI?

Numerosi ricerche internazionali sulle abitudini alimentari evidenziano che fino al 30% dei bambini salta la prima colazione. In Italia la colazione in genere si fa, ma male: secondo l’Istituto superiore di sanità, la percentuale dei bambini che non mangia appena svegli è relativamente bassa, pur con sensibili variazioni regionali (dal 6% in Veneto al 18% in Sicilia). Più di un quarto (il 28%), però, fa una colazione qualitativamente sbilanciata. Poco equilibrate anche le merende di metà mattino e del pomeriggio. È importante, invece, educare i bambini a fare 5 pasti al giorno, in modo che abbiano sempre energie a disposizione e non arrivino troppo affamati ai pasti principali. “La colazione deve fornire il 15-20% del fabbisogno giornaliero, il pranzo il 40%, la cena il 30%, mentre per gli spuntini basta solo il 5%” spiega il professore Andrea Vania, responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione pediatrica dell’Università La Sapienza di Roma e presidente dell’ECOG, l’European Childhood Obesity Group.

Colazione, merenda, pranzo, spuntino pomeridiano, cena. Perché è così importante educare i bambini a mangiare 5 volte al giorno?

“Perché l’organismo umano non funziona come un’automobile: con l’auto si fa il pieno e poi si viaggia finché il carburante dura, mentre l’uomo, così come ogni mammifero, se assorbe in un unico pasto le calorie quotidiane le accumula, non le smaltisce e ingrassa. Per questo il fabbisogno calorico giornaliero va suddiviso in più pasti. Ma c’è una seconda ragione”.

Quale?

“Alcuni di questi pasti – e in particolare la colazione – hanno la funzione fondamentale di assicurare energie di pronto uso dopo ore di digiuno, quali quelle notturne. Nei bambini in età scolastica, poi, la colazione e la merenda di metà mattina sono importanti per evitare cali di rendimento sui banchi, mentre lo spuntino pomeridiano contribuisce a non arrivare alla cena con una fame eccessiva, che i più piccoli tenderebbero a soddisfare mangiando in maniera quasi compulsiva, senza dare al cervello la possibilità di avvertire i segnali di sazietà, aumentando così il rischio di obesità”.

Spesso le difficoltà maggiori i genitori le hanno la mattina. Come invogliare i bambini a mangiare appena svegli?

“Il modo migliore è dare l’esempio: se il bambino vede che il papà beve solo il caffè e che la mamma non prende nulla, sarà meno propenso a fare colazione. Spesso, però, la colazione si salta perché sono gli stessi genitori a dire di non avere tempo. È una scusa che non regge: basta apparecchiare la tavola la sera prima, perché per riscaldare e bere il latte non ci vogliono più di cinque minuti”.

Ma esiste la colazione ideale?

“No, non esiste. Certo, va benissimo quella all’italiana con latte o yogurt e un prodotto da forno, ma non a tutti i bambini piace il dolce, quindi bisogna assecondarli nei gusti”.

E se i bambini si rifiutano proprio?

“Non tutti i bambini riescono a mangiare subito, ma hanno bisogno di ‘svegliarsi bene’. In questi casi la colazione si potrebbe frazionare in due momenti, dando a casa il latte o anche un succo di frutta e rimandando i biscotti o la fetta di ciambellone magari lungo il tragitto verso la scuola”.

Che regole vanno invece seguite per il pranzo e per la cena?

“Le porzioni naturalmente variano a seconda dell’età e da bambino a bambino, ma è bene che ci siano sempre frutta e verdura e che si segua una certa varietà sia nei pasti giornalieri che nella dieta settimanale. Questo è anche un modo per non ripetere eventuali errori nella composizione dei pasti e mitigarne gli effetti”.

Quali altri errori bisogna evitare?

“L’errore più diffuso, che facciamo tutti a causa dei ritmi di una società obesiogena, è rendere la cena il pasto principale della giornata. Ciò comporta un sovraccarico di calorie, che non vengono bruciate e si trasformano in grasso”.

E di pomeriggio che devono mangiare i bambini?

“Devono mangiare poco e sano, in modo da arrivare a quel 5%. Lo spuntino può essere un frutto, uno yogurt, un piccolo panino con prosciutt, o perfino con salame o mortadella, se il bambino non ha problemi di peso”.

Prof. Andrea Vania
Pediatra
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giovedì 21 febbraio 2013

UNA CHIACCHIERATA TRA I GIOVANI

Le cose accadono quando non sono preventivate  ma affidate al caso. Un gruppetto di giovani, una pizza e una birra (piccola) ed ecco che l’empatia si stabilisce subito e scatta la voglia di parlare, di confrontarsi. Luigi, uno studente pendolare, è all’ultimo anno di un istituto superiore. Salvo a Palermo, primo anno di Giurisprudenza. Rosa anche lei al primo anno a Palermo, in Scienze Biologiche. Tutti bravi ragazzi, con una grande voglia di divertirsi ma anche di pensare al futuro.

Spesso, noi adulti, siamo convinti  che i giovani oggi abbiano poche idee, poche proposte da fare e, soprattutto, poca maturità. Luigi esterna le sue perplessità sul futuro di Racalmuto e si dice scoraggiato da tutta la situazione che vive il paese e dall’abbandono che subisce a causa di prospettive inesistenti. 

Rosa ci riferisce anche  di una oggettiva difficoltà delle donne  di impegnarsi o farsi promotrici di progetti che siano poi utili per tutti. Ci parla della mentalità che, ancora qui, vede la donna non pienamente libera da concetti sorpassati e che tende a ritenerla non appropriata per certi ruoli, per certi impegni. Aggiunge che le cose stanno migliorando, certo, ma rimangono ancora lontane da profonde e vere trasformazioni generazionali. Ma ci parla  anche della solidarietà che c’è tra i giovani, il reciproco aiuto, le confidenze, le comprensioni. Con orgoglio dice che le nuove generazioni saranno diverse da quelle precedenti, più aperte, più libere. Ci descrive i suo sogni fatti di legittime aspettative; una vita normale, tutto sommato, una famiglia, la sicurezza di un futuro in contrapposizione ad oggi in cui prevale l’incertezza non del domani ma del giorno attuale. 

Salvo, dopo aver ascoltato attentamente, ci parla di tutte le situazioni che vivono i giovani a Racalmuto; la ricerca perenne di un lavoro che non arriva, i sogni che si infrangono troppo presto e troppo spesso. Le difficoltà e le lamentele delle famiglie che  i figli sono costretti ad ascoltare. Le barriere incontrate da chi vuole, in questo paese, impegnarsi socialmente o politicamente. Salvo ci dice che gli spazi a disposizione sono pochi, se non tramite le associazioni religiose o  da “ospiti” di qualche corrente politica. Spesso si sente dire – riferisce Salvo – che il futuro è dei giovani, che si dovrebbero impegnare di più, in modo più concreto, che sono indolenti ma si trascura di mettere in evidenza una situazione  innegabile: pochi gli spazi a loro concessi, poche le possibilità a disposizione di chi vuole veramente impegnarsi. Pone dei quesiti: perché qui, più che in altri posti, accade questo. Perché non si riesce a scardinare un modo di pensare, di fare, una mentalità che sembra essere sempre un passo indietro rispetto ad altre realtà. Ci parla di Palermo, della libertà fisica e mentale che ne ricava, una libertà di pensiero che lo fa sentire integrato anche in una società di grandi dimensioni, dove si può essere solo una voce capace di farsi ascoltare o nella possibilità di rimanere nel silenzio. 

Sono tutti ragazzi a posto: Luigi, Rosa, Salvo. Ma potremmo dire lo stesso di tutti i ragazzi di questo paese. Tante le loro idee, alcune andrebbero sicuramente affinate, altre sviluppate. Non domina l’immaturità in loro, piuttosto si avverte l’inesperienza, ragione per la quale gli adulti dovrebbero farsi carico di guidarli. Chiediamo quanto credano realmente che la vera forza del cambiamento sia rappresentata dalla condivisione delle idee e dalla  collaborazione propositiva, civile tra tutti i giovani. E domandiamo pure se quella sensazione di libertà, che senza nessuno sforzo avvertono in altri posti, abbiano voglia davvero di cercarla, con un convinto impegno, in questo paese. Un luogo  che non rappresenti, per chi ci vive, il desiderio di andare via prima o poi e,  per chi ci torna, la sensazione di tollerare quello che c’è, tanto…domani sarà un altro giorno. 

Ci salutiamo stringendoci la mano, come si fa tra uomini, come a sancire un patto non detto, un impegno non dichiarato.  Ma una cosa vogliamo dire, quello che è balzato alla mente scambiando quattro chiacchiere con questi giovani; hanno voglia di essere ascoltati, un bisogno imperioso che qualcuno dia loro credito, speranza e promessa per il futuro  per poter  restare e non delusione che obblighi ad abbandonare. Ascoltiamoli questi giovani di Racalmuto. Potremmo restare favorevolmente sorpresi.

Racalmutese Fiero
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mercoledì 20 febbraio 2013

FACEVAMO L’ AUTOSTOP


Si discute spesso quali sono stati gli anni migliori, i periodi che ricordiamo con maggiore nostalgia perchè caratterizzati da eventi indimenticabili. Sentiamo parlare, soprattutto, degli anni ’60 che, a detta di chi li ha vissuti, rappresenterebbero la vera rivoluzione generazionale. L’inizio di quegli anni  li ho vissuti da bambino, la fine da adolescente. Quindi la mia testimonianza  potrebbe non  corrispondere alla realtà. Posso solo dire che ricordo un periodo sereno, fatto di semplicità. Ma forse è così per tutti i ricordi del passato. 

Gli anni che ho vissuto appieno, invece, sono stati gli anni ’70. Un decennio che definirei storico per tanti motivi. Ci eravamo lasciati alle spalle il ’68, con tutto quello che comportò. La società stava cambiando, cominciavano ad affacciarsi sulle scene politiche e sociali i movimenti giovanili che spinsero lo Stato ad attuare grandi riforme. Gli anni ’70 furono anni di libertà, di creatività e trasgressione. Furono gli anni caratterizzati dalla voglia di progresso, degli Hippie. I jeans a zampa e i tessuti a fiori erano la moda all’ultimo grido. Nacquero le prime radio private, si trasmetteva da postazioni improvvisate, spesso da scantinati, impostando la voce e imitando i presentatori radiofonici di successo. 

Quel periodo vide la nascita di un’attività musicale la più intensa e creativa degli ultimi tempi. Tanti gli artisti, da Bruce Springsteen, a Lucio Battisti, Bob Marley, Renato Zero, i Bee Gees, Elton John, tanto per citarne alcuni. La moda italiana cominciava ad affacciarsi sul palcoscenico internazionale con le più grandi firme, conquistando le più affascinanti ed eleganti donne del mondo. Quegli anni videro il raggiungimento di traguardi che  rappresentarono un vero cambiamento della società civile. La maggiore età fu fissata a 18 anni, l’inglese, in sostituzione del francese, diventò la seconda lingua a scuola. Venne introdotto il divorzio e fu abolito il delitto d’onore, retaggio di una cultura maschilista  fuori dal tempo e da ogni logica. In quegli anni nacquero i movimenti femministi che sanciranno, in seguito,  pari diritti tra gli appartenenti ai due sessi. Una donna, Nilde Jotti, viene eletta Presidente della Camera dei Deputati. E cosa dire infine del cinema italiano? In quegli anni toccò il massimo della produttività con registi come Vittorio De Sica, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Mario Monicelli. 

Gli anni ’70 li ricordo con grande emozione. Dieci anni che sono volati e che  hanno espresso i più grandi cambiamenti. A proposito, in quegli anni l’autostop era il modo più in voga per girare il mondo.

Racalmutese Fiero
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martedì 19 febbraio 2013

GIULIO CESARE


C’è un’opera letteraria scritta da Giulio Cesare che parla della guerra civile e ne descrive i momenti più salienti, anche se, con un marcato  spirito di parte. Alla fine viene il sospetto che l'origine di questo libro sia proprio quella di convincere i contemporanei della validità del modo di agire del famoso condottiero, un sistema per ribadire che a lui non interessava tanto il potere, ma la grandezza di Roma e il rispetto delle prerogative e dei diritti propri di quella repubblica.

Sembra quasi che abbia voluto applicare la strategia che la miglior difesa è l'attacco, mettendo a disposizione dei romani un memoriale che sancisse l'estrema correttezza del suo operato, fornendo quindi le risposte prima ancora che gli venissero effettuate le domande o in determinati casi, facesse le domande agli altri ancor prima che gli altri le facessero a lui.

Credo che in ogni luogo, nessuno escluso, ci sia un Giulio Cesare che, imperversando per anni e anni, conscio di un potere istituzionale e carismatico, abbia gestito senza mai chiedersi quale rotta stesse seguendo la nave e in quale direzione l’avesse indirizzata il suo timoniere. Ne esce fuori che a nave sfasciata, a frittata già fatta, frastornato ma incolume, si chieda – parliamo sempre del nostro Giulio Cesare- come mai la nave si sia schiantata sugli scogli, da dove sia saltato fuori quello squarcio nella chiglia  e come mai si rischi, adesso, di affondare miseramente.

A questo punto scatta qualcosa nella mente del nostro Giulio, la sua intelligenza è risaputa e la soluzione trovata sembra la più semplice ma anche la più arguta, ovvero applicare il detto: la migliore difesa è l’attacco. Ed ecco che si scatena in domande, accuse su chi avrebbe dovuto sovrintendere alla navigazione, chi avrebbe dovuto controllare la bussola, chi il sestante e chi, alla fine, timone in mano, avrebbe dovuto dirigere la nave verso rotte più sicure. Il ragionamento o meglio l’espediente, la furbata, non fa una grinza. Solo che il nostro Giulio Cesare, dimentico forse, tralascia di dare risposte alle domande che in passato gli sono state fatte dove qualcuno lo aveva anche avvertito che si stava percorrendo una rotta sbagliata. Ma, soprattutto, omette di asserire e forse di ricordare a se stesso che su quella nave c’era anche lui.

Racalmutese Fiero
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lunedì 18 febbraio 2013

“L’ AMERICA E’ QUI! “


“Alò…”, dall’altra parte del filo mia zia dal Canada, sorella di mio padre. L’America in quegli anni vide tanti sbarcare sul suo suolo in cerca di fortuna o fatti arrivare da mariti, fratelli, cognati, padri. A Racalmuto molte famiglie vantavano almeno un parente emigrato. 

A Toronto, ad Hamilton e in altri luoghi di quella lontana terra, c’erano intere famiglie, nuclei numerosissimi che avevano costituito una comunità, un’illusione di trovarsi  sempre in Sicilia, di non essere mai partiti. Il loro mondo si svolgeva in quei quartieri di College o della 57.ma Clovelly, abitati per lo più da persone imparentate tra loro che non avevano neanche l’esigenza di uscire fuori da quei ghetti per integrarsi con la comunità locale. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che le cose cambiassero e magari i figli dei figli si “mischiassero” a quegli americani divenendo parte integrante di un vastissimo Continente. 

All’inizio era uno scambio di lettere, cartoline illustrate, fotografie. All’interno delle buste spesso trovavi alcuni dollari di carta, significato di generosità e modo di comunicare che gli zii d’America avevano fatto fortuna, stavano bene. Ogni tanto qualche pacco con le cose più strane: oggetti di metallo finto oro, souvenir di silver, qualche indumento che non lasciava dubbio allo scarso gusto. Si ricambiava con gondole di plastica o portasigarette carillon, tanto desiderati dai parenti d’oltre oceano. 

I primi ritorni in terra natìa lasciavano gli emigrati sorpresi dal benessere conquistato dai parenti siciliani, tanto da farli esclamare: “l’America è cca!”. Si assisteva a scene strazianti di sorelle e fratelli che si abbracciavano piangendo e quasi non si riconoscevano a causa degli anni trascorsi. Tutto finiva dopo i primi giorni; si riprendevano discorsi passati: “la casa, la mamma avrebbe dovuto lasciarla a me… no a me, a te aveva dato il terreno…”. I pianti riprendevano alla partenza, abbracciati  non mancavano di ricordare, ognuno all’altro, quanto avessero ragione sulla faccenda della casa, su quel terreno. “Ormai nni vidiemmu ddassusu…”, suonava come un triste presagio. 

L’avvento del telefono nelle case dei siciliani, sintomo di benessere, migliorò le cose. I tempi cambiavano rapidamente e anche la Sicilia conquistava la sua America. Chiamare gli zii era un rito. Si calcolava l’ora giusta per non disturbare e trovare tutti a casa. Ci si riuniva attorno al telefono, tra il pollice e l’indice un biglietto con su scritto il numero, si parlava con la signorina del “170” , chiamate internazionali, che metteva l’utente in comunicazione col numero desiderato. “Alò…”, due  domande  non mancavano mai: “chi tiempu fa”… “chi ura su dduocu”…

Racalmutese Fiero 
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sabato 16 febbraio 2013

BAMBINI IPERATTIVI: COSA FARE ?


È un’espressione tipica della nostra epoca, di cui i genitori spesso abusano e per la quale chiedono spesso aiuto, che comprende tutta una gamma di situazioni che vanno dalla normale vivacità, passando per l’irrequietezza per arrivare a forme “patologiche” di reale iperattività, chiaramente dannose per la vita di relazione dei bambini e delle loro famiglie.

La definizione “come l’acqua del mare” usata quando si parla di bambini è un’espressione largamente accettata e condivisa. Ma il limite dell’accettabilità, nel tempo, si è abbassato man mano che la scolarizzazione si è anticipata sempre di più. Questo confine tra accettabilità e insopportabilità del comportamento di un bambino vivace si è fatto sempre meno preciso perché ogni genitore lo filtra attraverso la sua esperienza di vita ormai troppo frenetica per permettere una serena attenzione, troppo impegnata per dedicargli tempo prezioso, e soprattutto perché contaminata da una scelta educativa troppo permissiva che non prevede l’uso dei limiti. Quanto questo cambiamento nel concetto di iperattività dipenda da noi e quanto dalla società in cui viviamo che esige bambini che a 2 anni siano attenti alla lettura, a 3 siano capaci di usare un tablet e a 4 stiano seduti nei banchi dell’asilo per un alcune ore, non possiamo dirlo. Sappiamo solo che da una parte schemi educativi poco rigidi e tempi ridotti, e dall’altra forti limiti di spazio e tempo alla loro esuberanza, ci hanno portati ad osservare sempre più bambini con queste caratteristiche.

Qualche consiglio:

Fate giocare di più il bambino e aspettate i suoi tempi di maturazione. Spesso, anche se molto intelligenti, alcuni bambini fanno più fatica a concentrarsi e a organizzarsi rispetto ai coetanei.

Alleatevi con gli insegnanti condividendo con loro questa situazione in modo che impegnino il piccolo in attività diverse che richiedano un’attenzione per breve tempo.

Fate osservare al bambino poche regole basilari del vivere civile, che ritenete fondamentali e sulle quali non transigere, senza assillarli con continui richiami come “stai fermo” o “non toccare” riferiti a qualsiasi situazione, che suonano poco credibili e sono praticamente inefficaci: “Se non posso fare niente, e faccio tutto, vuol dire che posso fare tutto!”

Considerate normale e permettete loro ciò che hanno sempre fatto i bambini: sedersi per terra, sporcarsi il vestito, sudare giocando con gli amici, correre oppure cantare a squarciagola.

E quando questa “normale e fisiologica” iperattività diventa incontrollabile e si associa a disattenzione, grave incapacità a concentrarsi, impulsività e rappresenta un ostacolo per la vita sociale del piccolo? Allora potrebbe trattarsi della Adhd (Attention deficit hyperactivity disorder). In questa sindrome, la cui causa è neurobiologica e multifattoriale, è richiesto l’intervento congiunto di un team composto da neuropsichiatra infantile, psicologo e pedagogista, che lavori in modo corale con il supporto di una terapia farmacologica.

Anche in questo caso è importante riconoscere e valorizzare le qualità del piccolo, che non riesce a controllare la relazione con gli altri in uno slancio di esuberanza che può diventare aggressivo. Una volta che la situazione viene presa in carico, l’incontro tra genitori, insegnanti ed esperti può diventare molto utile perché è innegabile che per questi bambini e adolescenti l’educazione è più impegnativa. L’Adhd rappresenta infatti una sfida: gli adulti devono sforzarsi di vedere nel figlio la persona che diventerà, cercando di ottenere il massimo da lui, grazie soltanto a una grande e onesta collaborazione tra le parti che se ne fanno carico.

E l’alimentazione, ha qualcosa a che fare con l’iperattività? Ad oggi nessuna delle ipotesi che sono state avanzate, che privilegiano alcuni alimenti rispetto ad altri, hanno un fondamento scientifico. Per cui, bando alle false speranze e soluzioni, valgono le solite raccomandazioni di una buona educazione alimentare che preveda l’uso di cibi vari, moderati nelle quantità ed equilibrati nella varietà e, soprattutto, tanta frutta e verdura da consumare a tavola tutti insieme, a Tv spenta.


Dott.ssa Marina Cammisa
Pediatra
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venerdì 15 febbraio 2013

MA POI VIENE LA SERA…


Il ritmo frenetico della vita non ci concede tregua. Corriamo tutti incontro non si sa a cosa o lontano da chi. E’ un continuo scambio di parole che toccano il superficiale, senza mai scendere nel particolare e accarezzare quel piacere che alcuni valori della vita dovrebbero concedere. Lo scambio di battute tra due amici, un bacio con la persona amata, uno sguardo che, a volte, vale mille parole e la certezza di una costante presenza che rassicura noi, anime in cerca di non si sa bene cosa ma profondamente bisognose sempre di conferme. 

Poi, d’un tratto cala la sera – sembra il titolo di un film o di una canzone – l’animo è più propenso a rilassarsi e a scendere a patti col proprio corpo. La mente si affolla di pensieri, mille domande si affacciano come folate di vento impetuose e le risposte si cercano dentro quel chiaroscuro che è dentro ognuno di noi. Tornano alla mente tanti ricordi, alcuni piacevoli, struggenti a volte velati di rimpianto e altri, imperiosamente prepotenti, ci danno quel senso di rabbia che difficilmente potrà mai sopire. Ci si chiede il perché di tante cose, il dolore per certi fatti, a volte evitabili, il rancore per altri , per episodi che ci hanno visti protagonisti, la delusione per gli amici persi o per quelli che ci tradiscono deludendoci. 

E’ facile dire che niente dovrebbe mai sconvolgerci e che la natura umana è così, che nessuno sarà mai uguale a un altro. Ma l’amicizia, la lealtà, la stima, la considerazione degli altri, rappresenteranno sempre principi irrinunciabili. Poi le domande si fanno  particolari e le spiegazioni o meglio le congetture diventano più insistenti, a volte tendenziose. Ma  su tutte ne spicca una per  cruda realtà che rimbalza sul viso come  schiaffo: cosa avremmo fatto noi al posto di…in quella occasione…e le risposte tendono a giustificare quello che, da un giudizio acritico, potrebbe essere assimilato a un generale comportamento. Ma no, no! La mente rifugge subito da una tale spiegazione e rimanda il pensiero a etici valori. Scompare quell’egoismo che suggerisce comportamenti non tuoi, lasciando il posto a ciò che l’anima ti raddolcisce, alla consapevolezza di marcare la differenza a tuo favore; una coerenza mai mancata, una lealtà mai venuta meno. 

Il sonno arriva sulle tue palpebre e la mano, stretta a quel bicchiere si allenta. E’ tempo di dormire, la sera lascia il posto alla notte e domani il giorno imperioso farà la sua comparsa, ancora una volta e lasceremo spazio al nostro io che ci trascinerà per quelle strade dove incontreremo amici, fratelli, conoscenti ma passeremo oltre frettolosi, senza fermarci, senza parlare, senza riconoscerli.

Racalmutese Fiero 
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mercoledì 13 febbraio 2013

La diaspora della banda di “l’armisanti”


Mentre lavoro al computer ascolto la radio;  quella mattina trasmettevano vecchie canzoni anni sessanta. Quando misero in onda quella di Ricky Shayne  “ uno dei MODS”,  il mio cervello è andato in tilt.  Luoghi, facce si accavallarono e quasi mi venne da piangere.
 
 “ Dopo dieci anni ho rivisto l’amico Bob”, recita la canzone, parla di una di quelle bande di Liverpool di moda in quegli anni.  Facevo parte anch’ io di una banda,  la banda di ”l’armisanti”.  Via delle anime sante è una traversa di via Roma che porta in aperta campagna, verso il passaggio a livello di “lu iudì”.
 
Il nostro territorio di guerra confinava con quelli di “lu carminu” con i quali avevamo buoni rapporti , li aiutavamo sempre contro quelli di “lu bastiuni” e quelli di “la guardia” con i quali eravamo perennemente in guerra.     Quante avventure, quante battaglie! Altro che la guerra dei bottoni, noi facevamo sul serio.  Tante volte sono tornato a casa con la testa rotta e mia madre disperata nel vedermi insanguinato mi gridava:  “ chi facisti la mamma?” e io puntualmente rispondevo “cadivu mammì”.   Stavamo insieme tutti i giorni, la strada era la nostra palestra di vita, dove abbiamo sviluppato gli anticorpi che ci avrebbero protetto  nella vita di tutti i giorni.
 
La diaspora dei componenti la banda di “l’armisanti” è iniziata dopo la scuola media.   Io per studiare ero costretto ad andare fuori paese  e a vivere in stanza in famiglia.   Quando l’estate tornavo per le vacanze apprendevo che qualcuno era partito:   Diego e Lillo Criminisi , erano andati a lavorare in Germania, come pure Nicolò e Lillo Buscarino, i fratelli Diego, Giovanni e Carmelo Bufalino si erano trasferiti in un paese ai confini con la Svizzera, Bilasino Emmanuele era andato a lavorare all’ospedale di Catania, altri in Canada e in Belgio; finiti gli studi, anch’ io per lavoro sono emigrato a Milano. Dopo dieci anni, come nella canzone di Ricky, ho sperato  di incontrare qualcuno di questi miei fratelli guerrieri, forse un giorno……….. .

                                                                                                               Roberto Salvo
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martedì 12 febbraio 2013

PAROLE PAROLE PAROLE


I tempi cambiano e cambiano pure le parole per descriverli. La lingua parlata è in perenne evoluzione, cambia continuamente, si adegua ai modi di vivere, pensare, agire degli uomini, diventa specchio della società che la utilizza.  Conoscerne l’evoluzione ci permette di capire i cambiamenti di una società, la sua cultura ed infine il suo pensiero. Il: ” siamo quello che mangiamo”  riferito  all’alimentazione, linguisticamente si potrebbe tradurre con :“siamo come parliamo”.

Con il passare del tempo, molte parole diventano fuori  moda, come i vestiti invecchiano, si logorano. Ne nascono di nuove. Altre, non sono più adatte a rappresentare quel tempo e scompaiono  per riapparire magari dopo anni con un nuovo significato. Alcune cambiano così radicalmente da assumere  il significato opposto. Tante le prendiamo in “prestito” da altre lingue. Nascono neologismi. Un continuo divenire di cambiamenti, modifiche, nascite e morti.

Volendo seguire l’evoluzione di una di queste parole, tra tutte, quella che mi colpisce e incuriosisce per la sua  “mutazione genetica” è  la parola: POLITICA.  La sua prima definizione risale al IV sec. A. C. ad opera di Aristotele: ”amministrazione  della polis per il bene di tutti”.

In un passato, anche recente, è stata usata per descrivere le azioni di grandi uomini che hanno lottato, sognato mondi liberi, possibili e attuabili con la forza delle idee e dell’entusiasmo. Uomini che hanno guardato al bene di tutti. Oggi, del suo originario significato rimane poco. Il sentirla, evoca  piuttosto sospetto, disagio, irritazione. La politica è fatta di uomini e dagli uomini. Facendo un’analisi esiste una forma dualista della politica, la buona e la cattiva, a seconda degli uomini che la fanno e degli intenti che perseguono. Semplicistico come ragionamento ma efficace in quanto a chiarezza.

Oggi, a quanto si vede, è diventata “cattiva” politica. Noiosa, volgare, farraginosa, zotica, pornografica, ignorante, presuntuosa, arrogante , mistificatrice. Si potrebbe continuare con gli aggettivi perché molti altri ancora si adatterebbero a descriverla. Ma perché avvilirsi ancor di più?

La politica non convince  più, non affascina, non fa  più sognare. Non se ne sente neanche  più il bisogno per come  si è organizzata in questo momento. E’ diventata di parte. In nome dell’appartenenza politica si può offendere, denigrare, distruggere l’avversario.  Quello che NON  mi piace è  proprio questo: che  la gente si senta autorizzata ad insultare il prossimo  in nome di un appartenenza a questo o a quel partito politico. L’insulto, l’offesa, la volgarità dell’atto, sminuiscono e rendono piccolo colui o colei che adotta un tale sistema. Svilisce quello che rappresenta. In televisione assistiamo a risse di qualsiasi genere. La tivù spazzatura imperversa e fa audience. La gente metabolizza e, senza accorgersene, comincia a comportarsi  allo stesso modo. Lo vedo soprattutto tra le ragazze che invece di scambiarsi opinioni si scambiano insulti, ognuna per farsi ragione. Nell’uomo è insito quell’istinto primordiale di prevaricazione e sopraffazione nei confronti dell’altro che ai tempi aveva un perché, una logica legata alla  sopravvivenza. La politica serviva a questo: mediare senza ricorrere alla violenza, alla sopraffazione. Invece, ha finito con il rappresentare proprio questo. Si è perfettamente adeguata a questo malcostume. C’è quindi, adesso, un vuoto evidente. Una parola che manca.  Quella che riprenda  il significato originario  del termine politica .Bisognerà far nascere  questa parola,  questa politica. Ma anche questi uomini. Sarà l’imperativo categorico a cui attenersi. Aspettiamo fiduciosi che arrivi questo tempo. Che venga alla luce questa nuova parola.

                                                                                                                   Brigida Bellomo


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lunedì 11 febbraio 2013

LA COSCIENZA DI UN PESO


Non è il primo aprile. Nessuno scherzo. Quello che abbiamo letto sulle pagine dei quotidiani, sentito  alla  radio, trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, è una realtà: Papa Ratzinger si è dimesso.Tanti si sono radunati in piazza San Pietro per sentire dal vivo le ultime notizie, le tante congetture che già si fanno e continueranno a farsi per tanto tempo ancora.

Ma cosa ha portato il Papa tedesco a prendere una tale decisione? Sicuramente hanno inciso la salute malferma e l’età avanzata, i tanti impegni, le  tante preoccupazioni. Benedetto XVI non aveva un compito facile: sostituire il suo predecessore, portando a termine il suo pontificato, senza farne sentire la mancanza, l’autorevolezza, la capacità che hanno contraddistinto Giovanni Paolo II. 

Oltre  questi motivi, probabilmente se ne celano altri. L’impossibilità di arginare  la crisi della Chiesa cattolica, non perfettamente al passo con i tempi. I tanti scandali che rischiavano di minarne le fondamenta e che rendevano vana ogni lotta. L’impossibilità di ricevere, dalle gerarchie ecclesiastiche, quell’aiuto di cui il Papa avrebbe avuto bisogno. Una scarsa collaborazione ricevuta da tutti quelli che avrebbero dovuto fornirla, negata forse a causa di intrighi, complotti, congiure, vere o presunte, ma sicuramente oltre ogni umana immaginazione. Anche dall’interno degli appartamenti vaticani il Papa si è dovuto difendere, non ha potuto fidarsi neanche dei suoi più stretti collaboratori,  ed è stato vittima di quello che probabilmente, se non provocato è stato sicuramente auspicato: il suo ritiro. 

Ma soprattutto hanno inciso su questa storica decisione la cura di uno Stato tra i più piccoli del mondo, dove transitano interessi internazionali e si giocano tante partite, bersaglio di attenzioni malevole, oltre la gravosa questione delle finanze vaticane, oggetto di tanti dispiaceri, preoccupazioni. Ingenti quantità di denaro vengono gestite dalle banche vaticane, una ricchezza da amministrare senza indecisioni. 

Ratzinger  è stato lasciato solo. Non riusciva più a tenere testa a tutto ciò, agli scandali, agli interessi, ai tanti impegni per mantenere accesa l’attenzione mondiale sulla Chiesa e mantenerne inalterato il potere.

Racalmutese Fiero
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LE RICETTE DI RURU’ – CHIACCHIERE AL FORNO


Visto che il Carnevale è di magro quest’anno a Racalmuto, consoliamoci con qualche dolcetto. Questa volta, però, cerchiamo di renderli più dietetici, pur conservando il gusto e la fragranza. Saranno più digeribili per i bambini e anche per gli adulti.












INGREDIENTI

250 g. di farina tipo 00

20 g. di zucchero

25 g. di burro

2 uova

La scorza grattugiata di mezzo limone

Una bustina di lievito in polvere per dolci

Marsala q.b.

Un pizzico di sale

Zucchero a velo e, a piacere, un pizzico di cannella in polvere q.b.

Preparazione

Su una spianatoia disponete la farina a fontana. Al centro della fontana mettete il sale, lo zucchero, la scorza di limone grattugiata e il lievito.
In una ciotola sbattete le uova con la forchetta, poi unitele alla farina. aggiungete il burro ammorbidito a pezzettini fino ad ottenere un composto elastico ed omogeneo.
Formate una palla, copritela con la pellicola trasparente e fatela riposare per 30 minuti a temperatura ambiente. Stendete la pasta in una sfoglia sottile (potete usare il mattarello o la macchina per  fare la pasta). Con la rotella dentellata formate dei rettangoli di circa 10 x 5 cm e al centro fate due incisioni parallele.
Disponete le chiacchiere in una teglia coperta da carta da forno e cuocetele in forno preriscaldato a 180°C per circa 10 minuti. Tolte dal forno fatele raffreddare e spolverizzatele con lo zucchero a velo.


E…BUON APPETITO DA RURU’


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domenica 10 febbraio 2013

FOIBE – UN MONITO PER LE COSCIENZE


Oggi, 10 febbraio, ricorre l'anniversario della firma del Trattato di Pace di Parigi che nel 1947 fissò i confini tra Italia e Jugoslavia. Nel 2004, con legge dello Stato, questa data è stata scelta come "Giornata del ricordo dei martiri delle foibe".

Una Giornata dedicata agli avvenimenti che si consumarono tra il 1943 ed il 1947 lungo i confini orientali. Secondo alcune stime 20-25 mila italiani  furono uccisi dopo aver subito strazianti torture e violenze di vario genere. Tantissimi di loro vennero gettati nelle foibe, le voragini rocciose presenti nella regione carsica, altri nelle cave di bauxite, in fondo al mare, in fosse comuni, altri ancora morirono nei campi di concentramento jugoslavi. Migliaia gli italiani uccisi, ed altre centinaia di migliaia le persone costrette ad abbandonare le loro case, le loro occupazioni, la loro terra segnata dal sacrificio del lavoro di anni. Le foibe rappresentano una tragedia di dimensioni immense che ha inciso sulla geografia umana delle terre giuliano-dalmate.

Per decenni, il dramma complessivo vissuto dalle genti della Venezia-Giulia non è stato adeguatamente rappresentato e ne doverosamente inserito nella memoria della società e nella storia del Paese. Per lungo tempo di questa vicenda si è parlato solo a Trieste e nelle comunità dei profughi.

Da poco, invece, si è compreso che essa è un capitolo importante della nostra storia nazionale. Parlare oggi di "foibe" e di "esodo", analizzare il contesto nel quale i fatti sono maturati e capire le ragioni del silenzio può essere d'aiuto. Per rafforzare in tutti noi il senso d'identità e di appartenenza.

Oggi nessuno storico nega che sia avvenuto questo "Olocausto". Purché ci resti sempre di «monito» la coscienza  della tragedia degli Italiani martiri delle Foibe, nata dalla ferocia dell’uomo, dal disprezzo dell’altro, negazione dei diritti e dei principi di eguaglianza. 
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sabato 9 febbraio 2013

RISPARMIO SULLA SPESA ALIMENTARE: Attenzione alla dieta dei bambini


Calano i consumi delle famiglie italiane, che sempre più scelgono cibi di scarsa qualità, poco costosi e ipercalorici. Meno latte, formaggi, uova, pesce, carne e frutta, e più pasta, snack, merendine. I conti, così, saranno forse più in ordine, ma non la salute, di adulti e soprattutto dei bambini che, mangiando male, sono più a rischio di obesità, ipertensione, diabete e dislipidemia. E invece, anche in tempi di crisi è possibile nutrirsi bene spendendo poco: basta prestare attenzione a dove si acquista, prediligere prodotti di stagione e alimenti non confezionati e cimentarsi nella cucina casalinga. “Molto spesso, cibi e bevande di scarso valore nutrizionale vengono offerti pubblicizzandoli come cibi che danno la felicità, e questo non è vero” commenta la pediatra Margherita Caroli, consulente dell’Unione europea, temporary advisor dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonché former president dell’European Childhood Obesity Group. L’importante, aggiunge, è “non farsi suggestionare dal valore emotivo di bevande gassate, snack e merendine”.

Dottoressa Caroli, ma è così difficile tenere insieme qualità e prezzo nell’alimentazione dei propri figli?

“Il problema del costo è importante, ma acquistare un cibo solo perché costa poco significa rovinarsi la salute e quindi, alla fine, spendere molto di più. Ma conciliare le esigenze del portafogli con quelle della tavola è possibile, basta stare attenti a cosa si compra e a dove lo si compra. Ad esempio, il latte è un alimento importante, che fa bene e costa poco, la carne bianca è un alimento positivo e costa meno della carne rossa. Le uova si possono mangiare fino a un massimo di due volte la settimana, quelle fresche costano circa 35 centesimi l’una e son un alimento ricco. Una frittata con le verdure dà fibra, proteine e grassi nelle giuste proporzioni. Per spendere meno, esiste anche la possibilità di fare acquisti nei discount, a patto che si leggano con attenzione le tabelle. In generale, è consigliabile rinunciare alla comodità dell’alimento confezionato e scegliere un alimento sfuso, ma di qualità migliore. Nel momento in cui ci si percepisce più poveri di prima, si ha la necessità biologica di sentirsi sazi perché così ci si sente meno a rischio e, ovviamente, i genitori pensano prima a saziare i bambini. Tuttavia, si possono benissimo fare acquisti più oculati anche per quanto riguarda la quantità: ad esempio, quando si cucinano pasta o riso insieme ai legumi, non c’è bisogno di un secondo piatto perché il pasto è già sufficientemente ricco. Una porzione per un bambino di 8 o 9 anni, che è circa 50 grammi di pasta e 50 di legumi, costerà poco più di un euro. Questo è un pasto completo, a cui va aggiunta solo la frutta”.

Partiamo dalla colazione e dalla merenda. Spesso, anche per comodità, si danno ai bambini merendine e snack. Qualche consiglio alternativo?

“I genitori vengono catturati dall’idea che il bambino sia contento di fare colazione in quel modo e quindi, nel momento in cui è necessario dire di no su altri argomenti, tendono ad ‘accontentarlo’ comprandogli gli alimenti che si suppone gli diano felicità. E invece per i bambini felicità è stare con i genitori e giocare con loro, non mangiare. Al posto di comprare i biscotti per la colazione, è possibile farli in casa: l’impegno è minimo e si risparmia molto. Anche il pane del giorno prima è buonissimo nel latte, così com’è o tostato al forno finché non assume la consistenza della fetta biscottata. In generale, nella qualità del cibo che si consuma, molto dipende dalla capacità di cambiare le proprie abitudini. Se i bambini chiedono qualcosa di dolce, una torta fatta in casa è più buona di un dolce confezionato e costa almeno un quinto di meno. Non si dica che non c’è tempo per cucinare, perché una torta con lo yoghurt richiede non più di mezz’ora inclusa la cottura. Soprattutto, bisogna imparare a volersi un po’ più bene e capire che ognuno di noi si merita un pasto su misura. Comprare cibi confezionati è come vestirsi ai grandi magazzini, cucinare in casa è come vestirsi da Valentino”.

Nella lista della spesa, i primi a venir tagliati sono la carne e il pesce. Ma meno proteine, fosforo e omega 3 che cosa comportano sulla salute dei bambini?

“Non è affatto necessario rinunciare alla carne e al pesce. È invece possibile comprare prodotti meno costosi ma ugualmente nutritivi, come ad esempio il pesce azzurro. Piatti come le alici in tortiera, il sughetto con le alici o con lo sgombro, il pesce all’acquapazza con pomodorini, capperi, aglio e prezzemolo sono sani, deliziosi e costano poco. Per la carne, due volte la settimana è più che sufficiente: tacchino, pollo e coniglio costano meno e hanno proprietà nutritive simile a quelle del filetto”.

Si risparmia anche su frutta e verdura, che invece non dovrebbero mai mancare nella dieta giornaliera dei bambini. Eppure i prodotti di stagione non sono costosi, no?

“Esatto, i prodotti di stagione costano meno e aggiungo che non è necessario comprare, ad esempio, le mele che abbiano il diametro massimo e il cui costo al chilo sarà definito anche dalla grandezza: è possibile risparmiare comprando frutta meno bella, ma altrettanto buona. Nessuno dovrebbe comprare le primizie, che costano molto e hanno un potere nutritivo decisamente inferiore alla frutta di stagione. Per risparmiare ci sono anche i ‘Gas’, i gruppi di acquisto solidali. Dunque, si può strare attenti a dove si compra e risparmiare sulla quantità degli alimenti e sulla loro tipologia, migliorando invece la qualità intrinseca di ciò che si acquista. Ad esempio, perché comprare i pomodori d’inverno? Questa è la stagione della zucca gialla, che costa pochissimo e con cui si possono fare il risotto, i tortelli, l’agrodolce, la marmellata o si può cucinare semplicemente al forno. Scegliere verdura e frutta di stagione aiuta a variare la dieta e ad educare il gusto alla varietà”.

Lei, oltre a essere una pediatra, è anche un’ottima cuoca. Qualche buona ricetta low cost da suggerire?

“Si possono fare delle polpette di lenticchie o di legumi, che sono estremamente nutrienti e costano poco. Si lessano e si spappolano le verdure, poi le si mescola con pane grattugiato, uovo, prezzemolo, aglio, capperi. Le polpette si cuociono al forno o si friggono: sono buonissime e hanno un alto potere nutritivo. Stesso discorso per le polpettine di pesce, che cucineremo con il pesce meno costoso. Dopo averlo lessato, realizzeremo le polpette aggiungendo pane grattugiato, formaggio e uovo. Se non si può affrontare la frittura con l’olio d’oliva, si può utilizzare l’olio d’arachidi, che è maggiormente resistente alla cottura”.

Dott.ssa Margherita Caroli
Pediatra
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venerdì 8 febbraio 2013

SAREBBE FORSE IL CASO…


Racalmuto rischia di essere ribattezzato il paese delle feste. Festa della Madonna del Monte, del Carmelo, Carnevale, Giovedì delle comari; non di antica istituzione quest’ultimo, ma di fondamentale importanza, tanto da richiedere la sospensione delle attività scolastiche  il giorno in cui ricade. Queste sembrano essere le cose su cui non si può transigere di certo. E se per puro caso  i festeggiamenti rischiano di subire dei tagli o  adattamenti alle situazioni economiche attuali che il paese vive, non si sente proprio ragione:  i soldi vanno trovati a tutti i costi. E non importa se questo denaro viene sottratto a cose più impellenti, di pubblica utilità. Le feste sono feste!

Un mio caro amico, racalmutese DOC, un giorno ebbe a dirmi che i popoli hanno necessità di  tre concetti fondamentali: Farina – Feste – Furca. Le famose tre F, insomma. Intendendo con questo  che alla popolazione i governanti non dovrebbero far mancare il benessere, successivamente dar loro momenti di svago, occasioni di aggregazione, ma applicare anche, ove e quando necessario, il rigore. Poi, secondo sempre alcuni, le feste andrebbero anche onorate con la chiusura delle scuole, per…santificarle meglio. E se così non si fa,  sono pronti pure a protestare.

Racalmuto è veramente un paese straordinario; da una parte un Comune che versa in gravissime condizioni finanziarie, con un debito che ha lasciato di stucco quanti, sembra, ne sono venuti a conoscenza nelle ultime ore – come se le notizie che trapelavano dal palazzo fossero inventate o esagerate. Un Ente che rischia di non poter quasi accollarsi la quota del 10% degli stipendi per i contrattisti che vedrebbero compromesso, in futuro, il  rinnovo del loro contratto di lavoro. Dall’altra, nel pieno della coerenza e correttezza, schierandosi dalla parte del popolo e non dei “Potenti”, alcune frange di racalmutesi, che si battono per la realizzazione di tutti i festeggiamenti con i sacri crismi.

Io credo si sia persa un po’ la strada verso quella ragione che alberga in tutti gli abitanti di questo paese. E continuo a fare l’esempio del buon padre di famiglia che, in ristrettezze economiche, pur di provvedere alle necessità della propria prole, senza alcun ripensamento, risoluto, taglia ciò che non è necessario pur di poter portare pane ai propri figli. Ben vengano quindi le iniziative che ho letto sul web, ad opera di alcuni ragazzi, che avanzano proposte del “fai da te” – finalmente i giovani che si adoperano! - disposti ad autofinanziarsi se proprio non si vuole rinunciare al carnevale. Avremo tempo per le feste. Per ora sarebbe forse il caso di pensare alle…Farine.


Racalmutese Fiero
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giovedì 7 febbraio 2013

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE


Elezioni politiche  2013. La macchina è in moto ormai da tempo e gli “strilloni” sono già in azione. E non c’è da meravigliarsi se i nomi che girano, sostanzialmente, sono sempre quelli o se ne aggiungono alcuni nuovi dalle capacità inconsistenti. Si prospetta un confronto elettorale incerto e delicato. Incerto perché la gente è disorientata da tante chiacchiere che, fino ad ora, sono rimaste tali e alle quali non sono seguiti fatti significativi. Delicato perché è in gioco il futuro e la credibilità dell’Italia.

Una bilancia il cui ago propende ora a sinistra, poi a destra, passando dal centro. E’ una disputa all’ultimo sangue fatta da tante parole, tanti proclami ma, soprattutto, mille promesse. Sulla base della coerenza che stride con un pregresso debito accumulato dalla nazione, da saldare, c’è chi azzarda promesse di restituzioni di imposte e sgravi fiscali. Tutti snocciolano, marginalmente, caratteristiche di un programma elettorale che sulle bocche di chi le elenca appaiono sempre migliori di quelle degli altri. Qualcuno, poi, rimane impigliato nella rete degli scandali dell’ultima ora, costruiti magari ad arte per evitare sbalorditive e fastidiose impennate.

Insomma, le trame, le invettive, gli scontri , le supposizioni, rimangono sempre, anche in queste elezioni le mode mai passate e rappresentano secondo i candidati, l’unico modo per accaparrare voti. La campagna elettorale viene condotta a scapito degli avversari. I programmi politici rimangono un tema quasi di second’ordine, dimenticando che dovrebbero rappresentare l’unico motivo per far  preferire l’uno piuttosto che l’altro candidato e che sarebbero garanzia di una scrupolosa pianificazione del futuro.

E questa  è solo una parte di quello che conosciamo, di quello che salta fuori dalle cronache trasmesse o dalle conferenze che ascoltiamo quotidianamente. Noi elettori, gente comune, andremo ad esprimere il nostro voto con coscienza e senso civico. Comunque vada, a una promessa si da sempre credito. Un’illusione, specialmente in un periodo di forte crisi, val sempre la pena seguirla. Tranne poi, a conclusione della tornata elettorale, venire nuovamente disillusi da chi aveva promesso tanto prima di mettere piede nelle stanze del potere. Sì, non c’è proprio nulla di nuovo sotto il sole.


Racalmutese Fiero
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mercoledì 6 febbraio 2013

LA RIVALUTAZIONE DEL TERRITORIO


La questione che domina in questi giorni a Racalmuto è piazza Castello. Parcheggio o non parcheggio, sosta lunga o breve, zona pedonale, zona vietata sabato, domenica e festivi? Certo le ristrutturazioni effettuate non hanno reso facile definire e collocare quello spazio che parte dai piedi della Matrice e culmina al Castello Chiaramontano. In realtà anche il Monumento ai caduti ci si è messo di…mezzo; posizionato in maniera decentrata quasi a sottolineare la non idonea collocazione in uno degli spazi più ampi del paese.

Le lamentele, oltre che dai cittadini, di quanti vorrebbero godere quella piazza, partono soprattutto dai commercianti, che lamentano la mancata frequentazione dei loro esercizi, a loro dire, per divieti di sosta e strade escluse al transito degli autoveicoli che obbligano, quanti vogliono recarsi in centro, a lasciare l’auto fuori dalla zona storica. Ieri la riunione in Comune, presieduta  dal dottor Filippo Romano  che ha incontrato gli esercenti di Racalmuto. Alla fine si è arrivati ad una decisione che accomoda Ente e commercianti: sosta vietata il sabato e domenica, permessa negli altri giorni, ma limitata a un’ora, zona pedonale nel periodo estivo.

Più che proposte, vorrei esprimere un mio pensiero. Racalmuto conta  circa 8.500 abitanti, risente di una crisi economica e occupazionale, non è un paese territorialmente esteso, quasi a ridosso dell’abitato insiste un centro commerciale con all’interno negozi di varia tipologia, dal supermercato, all’abbigliamento, oggettistica, cinema, ristorazione, bar. Il paese gode di ampi spazi non sfruttati e lasciati all’abbandono. I racalmutesi amano recarsi in piazza usando la propria auto. Spesso le macchine sostano in doppia fila. Anche per l’acquisto del  pane è usanza sostare di fronte l’esercizio se proprio, proprio non si può entrare dentro con l’auto. Questo succede ovunque, in prossimità dei bar, nelle immediate adiacenze della posta, davanti alle rivendite di tabacchi, nei pressi delle edicole, a ridosso dei negozi di frutta e verdura, generi alimentari, macellerie, supermercati o semplicemente per discutere con un amico che transita a piedi per il corso.

La scarsa frequentazione degli esercizi commerciali, a mio giudizio, non è dovuta al divieto di sostare le auto in prossimità dei negozi. Ma dipende, oltre che dalla crisi economica e dai centri commerciali, da una mentalità acquisita e consolidata negli anni che non considera né l’adeguamento degli esercizi commerciali a nuove esigenze, tendenze e mode generazionali - proposte commerciali nuove, allettanti che invoglino i potenziali acquirenti - né l’idea che si possa sostare altrove e, facendo due passi - che farebbero anche bene alla salute - recarsi in centro per godere di una passeggiata o per l’acquisto di quanto necessario.

Piazza Castello, a mio giudizio, dovrebbe rappresentare il salotto di Racalmuto, abbellita da alberi, panchine e fontane (per carità! che non siano somiglianti a quella che deturpa piazza Crispi). Il corso Garibaldi, dalla piazzetta alla Matrice, almeno nei giorni festivi, dovrebbe essere chiuso al traffico e invogliare così i cittadini a frequentare il centro a piedi. Penso anche agli anziani, che potrebbero passeggiare indisturbati senza gli intralci del traffico. Sappiamo tutti che una sosta oraria rischierebbe di non essere mai per un’ora ma, con opportuni stratagemmi, potrebbe facilmente protrarsi per più tempo. Bisognerebbe sfruttare il piano Barona, lasciato al degrado. Si potrebbero creare appositi spazi per consentire la sosta oraria, magari anche con parchimetro. Gli esercizi commerciali non vengono disertati per un divieto di sosta  ma per il rifiuto di una diversa mentalità.

Racalmutese Fiero
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martedì 5 febbraio 2013

SUTTA LU CIENZU


I ricordi sono imprevedibili, ti affiorano alla mente all’improvviso, quando meno te l’aspetti e rappresentano le tue personalissime emozioni, che non puoi trasferire ad altri. Puoi raccontare, sperando che in chi legge nascano le stesse sensazioni che le immagini del passato hanno procurato in te. Spesso  sono ricordi semplici, racconti puliti che lasciano un senso di piacere in  chi li ha vissuti. 

Aspettavo con ansia la fine della scuola. Finalmente avrei potuto recarmi in campagna e vivere ancora una volta la mia estate racalmutese. I pomeriggi resi meno afosi dall’ora avanzata, movimentavano la voglia di fare sempre qualcosa di nuovo. Le biciclette rappresentavano l’unico diversivo a giornate oziose, con i libri di scuola che avrebbero sostato sul tavolo fino alla fine delle vacanze e con la promessa fatta a se stessi, di cominciare il giorno dopo - e così sempre per ogni giorno - la lettura per non perdere il ritmo. Credo fossi al penultimo anno di liceo. Gli amici mi divertivano, stavo volentieri con loro ma preferivo anche i miei momenti per pensare alle cose mie, a volte sognare. Quella è l’età che ti proietta verso cambiamenti che accompagnano una inspiegabile malinconia. Oppure, su quella bicicletta scassata, improvvisata, mi avventuravo per stradine sterrate. Qualche cane alla mia vista tentava una corsa  poco convinta abbaiando, ma desisteva subito dopo. 

Mi era piaciuto molto quel luogo, dove tornavo ormai spesso; un fazzoletto di terra quadrato, delimitato da confini nati da stoppie, dove piantato al centro stava un  largo e ombroso gelso, che offriva i suoi frutti ai passeri e che, anche io, non disdegnavo di gustarne qualcuno. Quell’odore dolciastro misto all’aspro era forte e il cinguettio degli uccelli mi estasiavano, tanto da fermarmi incantato per lungo tempo sotto quella chioma maestosa che rendeva la terra fresca, non infuocata dal sole. Se alzavo il capo verso il cielo, vedevo i raggi del sole che timidamente si insinuavano tra i rami e si dissolvevano prima di arrivare al suolo. Era il mio luogo, il mio albero. Affidavo a lui i miei pensieri, sfiorando il tronco come a chiedere attenzione ai discorsi che a lui erano indirizzati e poi a cercare conferma. Non mi aspettavo risposte, naturalmente, mi bastava la serenità che assorbivo. Quella corteccia ruvida sotto la  mano mi dava una sensazione di vita e rimandava piacevoli sensazioni. Ero tranquillo sotto le fronde del mio grande amico. I miei pensieri, i miei sogni fatti in quel posto sembrava potessero avverarsi tutti.  

La mattina si andava a raccogliere i gelsi. I vestiti rigorosamente scuri, la tazza tra le mani macchiate alla fine  dal rosso sanguigno di gelsi spremuti, nella foga di strapparli a quei rami. Ne provavo una sensazione strana, come se quel gelso fosse mio, come se altri potessero ferirlo, offenderlo, profanarlo a dispetto mio, l’unico che aveva stabilito un contatto col folto albero e lo rispettava e lui, in cambio, ne restituiva sapori, suoni, odori, sensazioni. Quel gelso, quel grande albero non c’è più. Non so se abbattuto o reso ormai secco dagli anni o da qualche malattia. Ma io lo rivedo nella mia mente, come un conoscente,  una persona cara, come qualcuno fidato che mi aspetta sempre lì.

Racalmutese Fiero                
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